Copertina

Avviso: questo è un articolo di opinione e contiene riflessioni personali dell’autore.

Overwatch, lo sparatutto di casa Blizzard, ha ormai compiuto poco più di 3 anni di vita ed è diventato in pochissimo tempo uno dei giochi più popolari del panorama videoludico. Come ogni titolo Blizzard, e non solo, il rilascio e i costanti aggiornamenti hanno portato enormi polemiche che man mano si sono spente nel tempo. Siamo passati dal fondoschiena di Tracer, accusato dalle associazioni dei genitori di essere troppo provocante, alle loot box in gioco sotto accusa dalle associazioni internazionali contro il gioco d’azzardo, ed in ultimo la coda dei ruoli con gli enormi tempi di attesa.

In un modo o nell’altro Overwatch fa parlare di sé e che sia diventato un fenomeno di massa è una cosa fuori discussione. I personaggi sono diventati oggetto di una qualsiasi riproduzione in un qualsiasi campo: dai meme alle gif, dalla satira politica al mondo dell’erotismo. Tutti hanno attinto dai personaggi di Overwatch e dalle loro caratterizzazioni. Tuttavia, secondo molti, il gioco è in una fase di ristagno in cui la base dei giocatori è emigrata su altri titoli, un po’ per noia un po’ a causa delle mancanze del gioco stesso.

Overwatch non è per tutti

Due fenomeni di massa sono esplosi negli ultimi anni in ambito videoludico e sono il genere MOBA e quello dei Battle Royale. Due generi diversi di gioco, ma che hanno attirato in poco tempo milioni di giocatori e parte di questi sono diventati dei veri e propri professionisti. Blizzard si è lanciata nell’impresa di sfidare altri colossi già presenti in questi generi di gioco o quasi. Con Heroes of the Storm ha cercato di rosicchiare utenti alla parte MOBA, mentre con Overwatch ha scalfito gli FPS, ed in particolare i Battle Royale, con una nuova formula di gioco.

È pur vero che il “genere Overwatch” già era esistente in Team Fortless 2, con meccaniche molto simili, tuttavia il titolo non è riuscito a decollare come speravano i suoi creatori. Stessa cosa per i Battle Royale che si sono differenziati da titoli che in origine rispondevano al nome di Arma 2 e DayZ: Battle Royale, con una formula più semplice ed intuitiva per il pubblico. La particolarità, o meglio la difficoltà di Overwatch sta in quello che è un comune denominatore, di quasi la maggior parte di titoli esport e di alcuni giochi Blizzard, la cooperazione.

Dal PvP di World of Warcraft al MOBA Heroes, la cooperazione è stata sempre al centro dell’esport e non di Blizzard, (senza contare anche i numerosi Call of Duty di Activision). Gli unici titoli, in solitaria, sono StarCraft ed Hearhtstone, quest’ultimo inoltre ha introdotto tornei in cui possono partecipare anche più membri di uno stesso team in una partita o nelle sfide dell’Arena.

Per Overwatch la parola chiave è appunto cooperazione. Benché se ne dica di statistiche sui danni, cure e scudi, percentuali di vittorie con quel determinato eroe o in quella mappa controllo e/o trasporto, il vero segreto per vincere o per lo meno provare a giocare una buona partita è sempre e solo la cooperazione. Chi gioca questo titolo, fin dalla sua beta, sa bene che un Soldato-76 può comportarsi anche da Rambo e fare 40 kill in un solo round, ma non serve se si fa accoppare ogni 5 minuti lasciando il team in svantaggio. Quello che ancora molti giocatori non hanno colto è il livello di coesione che ci vuole all’interno del team e sopratutto evitare la tossicità sopratutto quando si trovano estranei e non si è coordinati al massimo. Per questo motivo Overwatch non è un gioco per tutti.

Ritorsione, uno degli eventi più amati di Overwatch
I quattro protagonisti dell’evento Ritorsione di Overwatch, uno degli eventi più amati.

Niente paura arriva l’esport!

Se Overwatch fosse stato un titolo monotematico, di sola campagna con un multiplayer più o meno variegato, sicuramente sarebbe stato un titolo che dopo poco più di un annetto sarebbe passato in sordina. Al contrario Blizzard ha mostrato subito i muscoli, con l’obbiettivo finale di portare quanti più giocatori all’interno di un circuito competitivo. L’ambivalenza ottenuta da StarCraft con una campagna epica e un multiplayer davvero impegnativo, non poteva ripetersi con un fps e con questo in particolare!

E qui è nata la grande idea della Overwatch League e di tutti i tornei connessi ad Overwatch. Si sa in America è tutto più “Major” e dalle più celebri League di Basket, Baseball e Football, l‘ex direttore Nate Nanzer ha fiutato la possibilità di creare qualcosa di duraturo e indipendente. L’idea è stata vincente, gli sponsor sono fioccati in pochi mesi e le collaborazioni per accaparrarsi un posto affianco al franchising di Overwatch sono state tantissime e variegate. I grandi magnati dello sport e della comunicazione si sono lanciati nell’impresa, prima di costruire team all’altezza della situazione e nel prossimo 2020 anche un investimento di creare Arene esport dedicate ad ogni team.

Il pubblico non è stato indifferente e ha risposto in maniera entusiasta. Non stiamo parlando solo degli ascolti virtuali ottenuti su Twitch, che comunque sono numeri da capogiro, ma ci riferiamo anche e sopratutto al successo di pubblico in sala. L’ennesima intuizione vincente è stata quella delle trasferte, chiamate Homestand, in cui già dal prossimo 2020 saranno itineranti e approderanno in tutte le città in cui sono stanziate le squadre della League. Tutti gli Homestand di questo 2019 hanno registrato sold out e il pubblico è stato coinvolto non solo dalle partite della League, ma anche da eventi collegati come party, sfilate di cosplay, ecc.

L'Overwatch Homestand dei Dallas Fuel
Parte del pubblico accorso all’Homestand dei Dallas Fuel ad aprile 2019.

L’Italia non conta, o quasi

L’Italia è come sempre una goccia d’acqua nell’immenso oceano dell’eSport. Colpa della scarsa popolazione, colpa della mentalità un po’ bigotta verso i videogiochi, colpa dell’arretratezza tecnologica che ci portiamo via da anni (dalle linee a 56k, alle linee adsl e fibre con centraline ballerine), non si è mai creato un tessuto videoludico di rilevante importanza negli scorsi anni. Come sempre l’Italia deve contare nei singoli giocatori e qualche team, da Riccardo”Reynor” Romiti ai Samsung Morning Stars (solo per citarne un paio).

Gli italiani nel mondo dell’eSport sono “relativamente” pochi in confronto ad altre nazioni europee e chi riesce ad emergere molte volte deve scontrarsi con una società che non vede di buon occhio l’esport e tutto il mondo che lo circonda. Eppur qualcosa si muove, negli ultimi anni sempre più giocatori e team sono cresciuti e si stanno avvicinando al mondo competitivo di vari videogame ed in particolar modo all’esport legato ai titoli Blizzard, e sempre più grandi eventi sponsorizzati si stanno organizzando in Italia con il supporto delle numerose fiere dedicate.

La comunità italiana in ogni caso c’è ed è solida. Come molte volte capita, alcuni seguaci del gioco sono appassionati anche di esport e vogliono conoscere ogni aspetto e trucco del gioco. Il tifo verso giocatori o team italiani per Overwatch non è mancato, ed è anche in crescita. C’è quella comunità sana che va oltre le critiche, che esplora e si cimenta in questo neonato mondo.

Ma il giocatore medio?

L’esport va bene, ma il giocatore medio che non può o non vuole essere competitivo? Qui si torna al titolo di questo articolo. Overwatch è in bilico, di certo! Il titolo offre un’offerta di gameplay ormai statica che non va oltre al competitivo, le uniche novità sono i contenuti estetici e gli eventi stagionali che attirano sempre “la clientela”, ma non invoglia a scoprire di più del gioco e tanto meno ad addentrarsi nel mondo competitivo. Sappiamo bene che il giocatore medio ha sempre poco tempo da dedicare ad un solo videogioco e si concentra tante volte su più titoli, anche più popolari, magari in solitaria dove non deve dar conto a nessuno dei suoi eventuali sbagli o dei suoi pregi.

Gli “eventi Storia” in cooperativa di Overwatch come Ritorsione, Tempesta Imminente e Rivolta hanno dato nuova linfa al gioco, mostrando all’azienda che in molti sono interessati alla “lore” che si cela dietro al titolo e a gran voce molti chiedono qualcosa di innovativo, slegato dal competitivo. Le sfide di Blizzard in Overwatch sono più che mai aperte, e per questa BlizzCon 2019 si hanno sempre grandi aspettative per Overwatch e che non finisca per diventare un titolo di nicchia e per pochi eletti che si impegnano notte e giorno per un posto nella classifica stagionale.

Nel frattempo Blizzard non è stata con le mani in mano e quasi in parallelo con gli eventi sono stati pubblicati storie e fumetti che sono andati ad approfondire parte della storia di alcuni personaggi. Le cinematiche che ogni tanto sbucano all’annuncio di qualche eroe creano sempre una grande emozione nei fan del titolo, che ne chiedono sempre più.

Le vendite del gioco sono state significative anche in Italia. Questo gioco è diventato un po’ come una religione, seguito ma poco praticato. Blizzard dovrà dare il massimo per ravvivare i suoi fan che non sono attaccati al mondo competitivo, voci di corridoio sempre più insistenti stanno creando le aspettative di un “Overwatch 2” con una campagna annessa o un nuovo formato dello sparatutto che si dividerebbe in due rami, uno competitivo e l’altro puramente casual magari con mini campagne legate dalla lore dei singoli personaggi, pure speculazioni. Cosa abbia in mente il caro PapaJeff e il suo team, non lo sa nessuno; l’unico dato oggettivo che abbiamo è che sarà una BlizzCon 2019 piena di sorprese.

Per favore Accedi per commentare
1 Commenti
0 Risposte
0 Iscritti
 
Commento più interessante
Commento più attivo
1 Commentatori
Ardyn Izunia Commentatori recenti
  Segui  
più nuovi più vecchi più votati
Notificami
Ardyn Izunia
Lettore
Ardyn Izunia

Dopo diablo immortal le mie aspettative sono sotto le scarpe.