WoW Forever

Il caso OlympusMute mostra il vero problema di WoW: Asmongold

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Quando Morrigan, content creator e partner WoW, ha condiviso su X l’addon OlympusMute con un laconico “lo lascio qui”, non poteva sapere che quel post avrebbe superato le 300.000 visualizzazioni in ventiquattr’ore. Eppure la vera notizia non è l’addon in sé, un semplice filtro chat che nasconde i messaggi di chiunque appartenga a una gilda con “Olympus” nel nome. La notizia è perché migliaia di giocatori abbiano sentito il bisogno di uno strumento del genere nei primi dieci giorni della beta di WoW Forever.

La risposta ha un nome solo: Asmongold.

Dal lancio della beta, il 17 settembre, la gilda del content creator è cresciuta fino a superare, per sua stessa ammissione, 30.000 membri distribuiti su oltre trenta gilde satellite. Le lamentele sono arrivate quasi subito: giocatori che segnalavano cali di framerate a Stormwind, pressioni di reclutamento continue, un clima generale reso invivibile per chi non faceva parte del gruppo. Asmongold ha risposto in stream come suo solito, bollando i critici come “snowflake” e “grassi nella vita reale”, prima di rivendicare Olympus come “la community più inclusiva” del gioco. Il 23 settembre è arrivato l’addon di Solastro, e con esso la replica pubblica di Asmongold:

Solastro ha accolto l’accusa ringraziandolo, non senza ironia, per la pubblicità gratuita.

C’è un motivo strutturale per cui questa volta il problema non si è risolto da sé, come accadeva in passato quando bastava cambiare server per allontanarsi da un content creator troppo ingombrante. WoW Forever raggruppa i giocatori per ruleset, non più per realm: non esiste un “altrove” dove trasferirsi. Lo stesso Solastro lo ha spiegato a 404 Media, notando come la situazione peggiori sensibilmente quando è Asmongold in persona a connettersi, con la chat commerciale sommersa da messaggi e gli inviti di gilda che arrivano a ondate. È un problema di design del gioco tanto quanto di comportamento dei singoli, ed è forse la ragione per cui la vicenda merita attenzione oltre il consueto ciclo di gossip da content creator.

Sul fronte più delicato, quello dei contenuti effettivamente offensivi, le fonti convergono. 404 Media, GameRant e Sportskeeda documentano, indipendentemente l’una dall’altra, un uso sistematico di caratteri speciali per aggirare i filtri automatici, cori a sfondo razzista, terminologia misogina diffusa nei momenti di massima affluenza. Lo stesso Solastro conferma di aver assistito a insulti veicolati attraverso le razze fittizie del gioco, un modo comune nelle community tossiche di mascherare bigottismo reale dietro un bersaglio immaginario. Quando un utente ha documentato con screenshot messaggi che invocavano la “deportazione” delle razze verdi del gioco, Asmongold non ha preso le distanze: ha risposto pubblicando un proprio elenco di soprannomi denigratori per le razze Horde, e la battuta “l’America è l’Alliance, l’Horde sono i Talebani”. TheGamer lo scrive senza troppi giri di parole: il fenomeno è alimentato dallo stesso Asmongold, non solo dai suoi follower.

E qui arriva il punto che rende difficile liquidare tutto come un’esagerazione isolata: non è la prima volta. Appena un mese prima di questa vicenda, ad agosto, Asmongold aveva ricevuto un ban di quattordici giorni da Twitch per commenti su bambini immigrati, il secondo del 2026, rifiutandosi esplicitamente di scusarsi. Nel 2024 si era dimesso dai ruoli di leadership in OTK e Starforge dopo commenti razzisti, con scuse giudicate da molti poco sincere. Il pattern, insomma, precede Olympus e lo supera.

Va detto, per onestà, che la community non parla con una voce sola. Diversi membri di Olympus raccontano un’esperienza di gioco normale, priva di frizioni; altri liquidano l’intera polemica come vittimismo di una minoranza rumorosa. E anche Sodapoppin, storicamente vicino ad Asmongold come ex socio in OTK, ha scelto di giocare Horde proprio per evitare Olympus, segno che la frattura attraversa la stessa cerchia di content creator di WoW, non solo il pubblico generico.

Blizzard, nel mezzo, si muove a metà. Nella notte tra il 25 e il 26 settembre ha rimosso in blocco una serie di nomi di personaggio giudicati offensivi, confermando tramite un rappresentante del supporto che la nuova policy sui nomi della beta viene applicata attivamente. Ma non ha mai nominato Olympus, non ha preso provvedimenti contro la gilda in quanto tale, non ha speso una parola su Asmongold. È una scelta che ha un costo preciso: mentre l’azienda decide se e come intervenire, il conto lo pagano i giocatori che si limitano a voler condividere Stormwind in pace.

OlympusMute non risolve niente. È un cerotto tecnico su un problema che Blizzard ha scelto, per ora, di non affrontare apertamente: cosa fare quando la fama di un singolo content creator smette di essere marketing gratuito e diventa un costo per tutti gli altri.



Enrico "Xly" Favaro

About Author

Classe 1991, appassionato di RTS e 4x; dopo aver giocato per tanti anni a Starcraft e Warcraft 3 ha avuto la fortuna di giocare alla beta di World of Warcraft e da allora non ha mai smesso di girovagare (a caso) per Azeroth, imparando quanto più possibile sulla sua storia.

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